Le cose crollano

Le cose crollano

di Chinua Achebe
Traduzione di Alberto Pezzotta
Edizione La nave di Teseo 2016
Disponibile presso la Biblioteca dell’Africa

“Okonkwo era ben conosciuto nei nove villaggi e anche oltre. La sua fama si basava su imprese indiscutibili. A diciotto anni aveva procurato onore al suo villaggio sconfiggendo Amalinze il Gatto.” Inizia così questo magnifico romanzo di Chinua Achebe, primo di una trilogia in corso di pubblicazione presso La nave di Teseo in una nuova traduzione. Vi si narra la storia di Okonkwo, guerriero Ibo, abitante di Umofia villaggio situato sulle rive orientali del fiume Niger. Fiero e ambizioso, Okonkwo riesce a far dimenticare a tutti la pigrizia e i fallimenti del padre morto pieno di debiti e senza titoli, diventando un fiorente coltivatore, uno dei migliori lottatori dei nove villaggi e un “egwugwu” (pag 89), giudice, guida e maschera sacra che incarna gli spiriti degli antenati del villaggio. La sua ascesa sociale termina bruscamente quando, durante una cerimonia, uccide fortuitamente il figlio di un altro membro del clan. Costretto all’esilio dalle leggi del suo popolo, torna nel suo villaggio dopo sette anni. Quando rientra, pronto a riscattarsi, trova un mondo nuovo. “Durante l’ultima stagione della semina – gli aveva detto Obierika, un amico venuto a trovarlo nel suo esilio – un uomo bianco è apparso nel clan. Un albino? Aveva chiesto Okonkwo. Non era un albino. Era completamente diverso. E cavalcava un cavallo di ferro.” (pag. 133) Inizia così la seconda parte del romanzo, meravigliosa e terribile, nella quale Chinua Achebe, con una scrittura avvolgente mirabilmente tradotta dall’inglese da Alberto Pezzotta, ci conduce per mano facendoci entrare nelle capanne e nei cortili del villaggio per assistere al primo incontro/scontro di culture e civiltà. Vediamo arrivare i primi missionari, vediamo costruire le prime chiese e assistiamo alle prime timide conversioni. Sgomenti, partecipiamo ai primi atti sacrileghi da parte dei missionari e dei loro convertiti, tra cui troviamo uno dei figli di Okonkwo. Impotenti, partecipiamo all’uccisione del pitone reale (pag 151) animale sacro onorato e venerato dal clan come “Nostro padre” e a uno dei più grandi sacrilegi che si potesse commettere ossia togliere la maschera a un “egwugwu” in pubblico. (pag 176) “Quella notte – ci dice Achebe – la Madre degli Spiriti percorse il clan in lungo e in largo, piangendo il figlio assassinato. Fu una notte terribile. Neanche l’uomo più vecchio di Umofia aveva sentito un suono così strano e spaventoso, e mai si udì in seguito. Sembra che l’anima stessa della tribù piangesse per la grande sciagura che incombeva – la propria morte. (…) Il suono raggelante non lasciò indifferente Mr Smith, che per la prima volta sembrò avere paura. Che cosa vogliono fare? chiese.” Questo romanzo, con uno stile semplice ma fortemente evocativo, racconta, partendo dal suo cuore e dalla sua pancia, la fine di una civiltà, quella africana, sopraffatta dalle leggi dei mercanti europei e dei missionari cristiani, implacabili portatori di cultura e libertà. Achebe ci parla però anche di noi e del nostro rapporto con gli altri, con il diverso. Leggere questo romanzo ci aiuta a capire meglio l’oggi, ci aiuta a capire chi sono e da dove vengono coloro che bussano alle nostre porte, che decidiamo di accogliere o respingere giudicando i buoni e i cattivi forse senza chiederci veramente da dove vengono e perché e di quale cultura e tradizione sono portatori. Chinua Achebe è un grande della letteratura che deve essere letto perché ci spiega il presente raccontandoci il passato e le grandi tradizioni un popolo, oggi trasformate.

A cura di Andreina Tonello