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Kenya-Il sogno democratico del paese non è riuscito

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Elezioni in Kenya

Le elezioni presidenziali che si sono tenute in Kenya il 26 ottobre scorso, conclusesi con la rielezione di Kenyatta, si sono svolte nella totale confusione, tra boicottaggi, seggi elettorali chiusi, crollo dei partecipanti, scontri tra polizia e manifestanti e il timore di violenze etniche.

La commissione elettorale indipendente ha dichiarato che si è recato ai seggi circa il 40% della popolazione; Hururu Kenyatta avrebbe ottenuto il 98% delle preferenze, percentuale che, da sé, dovrebbe suggerire di invalidare anche di questa tornata elettorale, dopo quella di agosto.

Amnesty International ha espresso dure critiche nei confronti della polizia keniana affermando che, nel corso delle recenti elezioni presidenziali, da parte delle forze di sicurezza c’è stato un uso “illegale della forza”. L’organizzazione ha parlato di “brutalità da parte della polizia”, ma anche di episodi di violenza e di intimidazione da parte di chi ha appoggiato il leader dell’opposizione Raila Odinga e chi ha sostenuto il presidente Uhuru Kenyatta. Amnesty ha fatto riferimento alle violenze avvenute nella capitale Nairobi, ma anche a Kisumu, la contea dove sorge la terza maggiore città del Paese, roccaforte dell’opposizione.

Queste elezioni, quindi, hanno dimostrato che il Kenya è un paese incredibilmente e tragicamente diviso. Il 26 ottobre, una gran parte della popolazione, più della metà, non si è recata alle urne. Questi cittadini non si sentono rappresentati dallo Stato, non ritengono che il governo sia al loro servizio, ma lo sentono come una minaccia, una forza pericolosa, corrotta, assolutamente inaffidabile.

Se si osserva la società, ci si rende conto che solo la classe media a Nairobi “sente” il Kenya. Solo il ceto medio sposa i principi democratici stabiliti dalla Costituzione e mostra vero patriottismo. Ma è terribilmente isolato. Basta allontanarsi dalla capitale per andare nelle regioni più lontane, svantaggiate e trascurate, nell’area nord-orientale o al confine con la Somalia, nella regione dei Turkana, o nella terra dei Luo a Ovest, per non sentirsi parte del Kenya. E qui solo pochi si sono recati a votare, forse nessuno. Più di mezzo secolo dopo l’indipendenza, le tensioni tra le molte comunità del paese sono ancora forti.

La democrazia keniana, quindi, sembra essere profondamente in crisi, ma contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la crisi in cui versa il Kenya oggi non è istituzionale o politica. Si tratta di una crisi esistenziale, che minaccia la nazione dalle fondamenta. E’ il risultato di tre decenni di frustrazioni causati da un sistema democratico che non ha mantenuto le sue promesse. Venticinque anni dopo le prime elezioni pluraliste del 1992 e sette anni dopo l’introduzione della nuova Costituzione, si potrebbe dire che il sogno democratico del Kenya si sia infranto, forse ferito a morte.

In Kenya c’è una società civile attiva e alcune istituzioni indipendenti, come la Corte Suprema, ma sistema democratico e politici, come Uhuru Kenyatta e Raila Odinga, sono leader senza ideologia, senza un programma, senza visione a lungo termine per il loro paese. Al di là della lotta storica per il potere tra le due tribù (Kikuyu e Luo per Kenyatta e Odinga), sembra che nessuno di loro voglia davvero affrontare i problemi di fondo del Kenya. Durante la campagna, né Kenyatta né Odinga sono riusciti ad articolare una chiara visione per il futuro della nazione.

In Kenya, purtroppo, oggi si entra in politica per fare soldi e non per cambiare la situazione del paese. Il Kenya, infatti, rimane uno dei paesi più corrotti del mondo e i suoi parlamentari tra i più pagati al mondo.

I Keniani vedono la politica come un mondo di paura e sospetto. Ne consegue che, sia a livello locale che a livello nazionale, il sistema si basa sul patronato. Gli elettori non votano per le idee, ma per i politici che promettono di proteggere i loro interessi contro quelli degli altri. Una volta al potere, i politici “ringraziano” i loro elettori e con ciò ritengono di aver assolto al loro dovere.

 
(Annamaria Ceccarello)

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