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Le schiavitù del nuovo millennio

Proponiamo un estratto dei dati generali sulla schiavitù moderna e di quelli riferiti alla regione dell’Africa Sub-sahariana, presentati da Walk Free Foundation, con il suo Global Slavery Index 2016. Le informazioni complete, con spaccati e approfondimenti per area geografia, studi di paese, informazioni sulla metodologia adottata sono consultabili al seguente indirizzo: http://www.globalslaveryindex.org/.

Global Slavery Index 2016, dati in generale

Il Global Slavery Index report pubblicato il 30 maggio 2016 prende in considerazione 167 paesi in tutto il mondo e misura il numero di persone sottoposte a stato di schiavitù. Dal 2014, sono state condotte 42.000 interviste in 53 lingue diverse: il risultato è una classifica ordinata sulla base della percentuale stimata di persone schiavizzate sull’intera popolazione.

Lo studio analizza i fattori che espongono al rischio schiavitù utilizzando 98 indicatori che afferiscono a quattro macro dimensioni:

  • diritti civili e politici
  • diritto alla salute e alla sicurezza economica
  • diritto alla sicurezza individuale
  • la condizione di rifugiato e lo stato di conflitto

Quindi prende in esame le risposte che i governi dei singoli paesi pongono in essere per prevenire, arginare e ridurre la portata del fenomeno.

Con il termine schiavitù si intendono una varietà di attività che siamo abituati a considerare reati, come l’induzione alla prostituzione e lo sfruttamento sessuale per fini commerciali, il matrimonio forzato praticato, ad esempio, in Corea del Nord cui sono costrette le donne; l’impiego di esseri umani nei lavori di fabbrica, in agricoltura, nelle strutture turistiche o nei lavori domestici senza salario o sottopagati; la nascita in condizione servile, la tratta degli esseri umani finalizzata a qualsiasi tipo di sfruttamento; il traffico di organi e l’impiego di bambini soldato.

L’analisi prende in considerazione la schiavitù di stato, intesa come conseguenza della pena detentiva quando essa prevede la condanna ai lavori forzati, o come lavoro coatto praticato, ad esempio, in Uzbekistan nella stagione della raccolta del cotone. Il cotone è il petrolio uzbeko e il suo raccolto coinvolge ogni anno 2 mln di persone e non risparmia i bambini. Oltre a Uzbekistan, praticano il lavoro forzato Turkmenistan, Tajikistan, Cina, Bielorussia ed Eritrea.

I governi dei singoli paesi affrontano il grave problema adottando misure molto diverse tra loro, anche nel grado di efficacia. I ricercatori non hanno potuto raccogliere i dati di cinque paesi a causa dei conflitti interni che stanno li devastando dal punto di vista materiale e che stanno mettendo a serio rischio le funzioni dei relativi governi. Questi paesi sono Afghanistan, Iraq, Somalia, Libia, Siria e Yemen, teatri di sanguinose guerre. Tuttavia, per quanto riguarda i 161 paesi rimanenti è stato possibile stabilire che:

  • 124 Paesi hanno criminalizzato il traffico di esseri umani, in linea con il Protocollo delle Nazioni Unite;
  • 96 hanno adottato un Piano d’azione nazionale (PAN) per coordinare le politiche del governo;
  • 150 sono i governi che intervengono sul problema con risposte non strutturate in favore delle vittime della schiavitù moderna.

Esiste una sorta di gradualità anche nelle risposte date dai governi dei diversi paesi presi in esame. Una risposta forte al fenomeno danno, ad esempio, i governi di Paesi Bassi (la più efficace in assoluto), Regno Unito, USA, Svezia, Australia, Portogallo, Spagna, Croazia, Belgio e Norvegia. L’efficacia delle misure adottate è direttamente collegata alla disponibilità più che sufficiente di risorse finanziarie, alla forte volontà politica dei espressa dai governi nel perseguire i reati connessi al fenomeno; al deciso sostegno che la società civile esprime nei confronti delle scelte di governo in tale materia. Nonostante le scarse risorse finanziarie, riescono a dare una risposta relativamente forte paesi come Filippine, Brasile, Georgia, Giamaica, Croazia, Montenegro, Macedonia, Moldavia, Albania e Serbia. Nei paesi in cui la schiavitù è percentualmente più alta, invece, le misure adottate dai governi sono largamente inadeguate, quando non si riscontri anche la loro complicità. Sono questi i paesi in cui si registra anche il livello più alto di conflittualità interna e/o di instabilità politica. Si tratta di Corea del Nord, Iran, Eritrea, Guinea Equatoriale, Hong Kong, Repubblica Centrafricana, Papua Nuova Guinea, Guinea, Repubblica Democratica del Congo e Sud Sudan.  Infine, in alcuni paesi ricchi, le politiche anti-schiavitù adottate dai governi forniscono soluzioni largamente insufficienti, nonostante la larghezza delle risorse ni. Sono Qatar, Singapore, Kuwait, Brunei, Arabia Saudita, Bahrein, Oman, Giappone e Corea del Sud.

La situazione nell’Africa Sub-Sahariana

Dai dati raccolti da Walk Free Foundation emerge che il 13,6% della popolazione totale ridotta in schiavitù (pari a 6.245.800 persone) vive nell’Africa Sub-Sahariana. Nell’area presa in esame, i paesi in cui si registra il più alto tasso di schiavitù sono Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Somalia, Sud Sudan, Sudan e Mauritania.

Come evidenziano le indagini, in questa regione la schiavitù si presenta soprattutto come lavoro forzato e matrimonio forzato e precoce. Un esempio per tutti è il Ghana, in cui si stima vivano oltre 100 mila persone in stato di schiavitù, l’85% delle quali costrette ai lavori forzati e l’altro 15% al matrimonio.

I settori in cui si impiega il lavoro forzato sono, com’è facile immaginare, l’agricoltura, la pesca, le vendite al dettaglio, il lavoro manuale e quello di fabbrica.

Lo studio ha rilevato che in Nigeria il lavoro forzato è impiegato prevalentemente nel settore domestico, anche se WFF non ha potuto raccogliere dati in tre regioni dello stato a causa della forte conflittualità presente.

In Sud-Africa, invece, la schiavitù è una preziosa risorsa nelle imprese criminali che gestiscono il racket della prostituzione e del traffico di droga, ma è diffusa anche nel settore agricolo, nell’edilizia e nel lavoro di fabbrica.

In Eritrea e nello Swaziland i governi sanzionano attivamente l’uso di lavoro forzato. Nello Swaziland, in particolare, ciò è avvenuto dopo che i media internazionali hanno reso pubblica la pratica del lavoro forzato e del lavoro minorile non pagato nell’allevamento di bestiame. Il governo eritreo, invece, prevede un anno di servizio nazionale che si configura chiaramente come lavoro forzato. La durata, che ufficialmente è di un anno, risulta a tal punto indefinita che l’Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) ha stabilito che i “renitenti al servizio” siano considerati a tutti gli effetti rifugiati, mentre il Regno Unito raccomanda di concedere asilo agli eritrei che si sono sottratti a tale servizio.

Anche lo sfruttamento sessuale di soggetti ridotti in schiavitù è diffuso in tutta la regione sub-sahariana, tuttavia esso risulta particolarmente diffuso in quei territori o paesi in cui sono più accentuate la conflittualità interna o l’instabilità politica. E’ il caso del Sud Sudan, i cui campi profughi o le zone protette destinate ai rifugiati sono diventati “campi di stupro”, dove donne e ragazze costituiscono la ricompensa per i soldati di ritorno dal campo di combattimento. Secondo i media, anche le forze governative praticano il rapimento di ragazze e donne con la stessa finalità, tanto che le organizzazioni umanitarie che operano sul campo dichiarano che tra l’aprile ed il settembre 2015 sono state violentate 1300 tra donne e ragazze e ne sono state rapite oltre 1600. Il traffico di donne e bambini da avviare al commercio sessuale all’estero è diffuso anche tra Etiopia ed Eritrea.

A boy breaks rocks near John Obey quarry in Freetown, Sierra Leone (Feb 2013) © Tommy Trenchard/IRIN

A boy breaks rocks near John Obey quarry in Freetown, Sierra Leone (Feb 2013)
© Tommy Trenchard/IRIN

Dal report GSI emerge che il traffico e lo sfruttamento di bambini è un’altra delle forme di violazione della libertà diffuse nella regione, mentre uno studio della Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (UNODC) ha stabilito che l’Africa Sub-sahariana è la regione del mondo in cui la tratta dei bambini è la pratica illegale più diffusa. Si stima che in Ghana siano 21mila i bambini impiegati nella pesca nel bacino del lago Volta; nel Togo, la povertà e la mancanza di istruzione, hanno indotto le famiglie ad affidare i loro figli a intermediari che li trasferiscono in siti di sfruttamento in cui, specie le ragazze, sono impiegate nei lavori domestici o avviate alla prostituzione e allo sfruttamento sessuale, mentre i ragazzi sono impiegati nei lavori agricoli.

I bambini sono utilizzati anche per l’accattonaggio. E’ il caso di Guinea-Bissau e di Senegal, dove le famiglie inviano i loro figli presso le Daara (scuole coraniche) dirette da maestri – marabutti – che le comunità riconoscono e venerano come santi viventi, spingendoli a diventare talibés (da Taliban, studenti coranici). Si tratta di bambini tra i 3 e i 15 anni provenienti principalmente da villaggi nelle zone rurali non solo del Senegal, ma anche del Mali, del Gambia, e delle due Guinee. Questa tradizione alimenta il giro d’affari del trafficanti di bambini e si stima che in Senegal, nella sola zona di Dakar, vivano oltre 30 mila talibés che, in realtà, praticano l’accattonaggio forzato.

Nonostante in Africa si sia registrato un calo, l’uso dei bambini-soldato nei conflitti rimane un problema in tutta la regione sub-sahariana. Questo fenomeno riflette una complessa realtà economica e sociale e le Nazioni Unite calcolano che nel 2015, nella Repubblica Democratica del Congo siano stati arruolati 241 bambini, 80 dei quali sono morti, mentre 92 sono stati mutilati duranti il combattimento. Nella Repubblica Centrafricana, si stima che siano stati arruolati tra i 6.000 e i 10.000; si hanno, inoltre, prove che il Chad, che ha ufficialmente vietato l’impiego di bambini nei ranghi militari, non riesca a mantenere fede ai suoi stessi protocolli per la liberazione dei bambini arruolati in passato.

Un’altra forma di schiavitù è la pratica del matrimonio precoce, o infantile, che pone Madagascar, Malawi, Zambia, Guinea, Sierra Leone ed Eritrea tra i primi venti paesi al mondo in cui si riscontra questa usanza. La progressione del fenomeno è tale che l’Unicef stima che nel 2050 la metà delle spose bambine sarà africana. La povertà e il bassissimo livello d’istruzione sono i predittori più significativi del verificarsi del fenomeno e nemmeno un dimezzamento del suo tasso attuale del fenomeno porterebbe l’Africa Sub-sahariana ai livelli dei paesi del Nord-Africa. Inoltre, mentre la disoccupazione e la perdita di status sociale ha indotto i maschi a sposarsi più tardi, questo non accade nella popolazione femminile. Spesso tale pratica si aggrava a causa dei conflitti e della crisi economica e il matrimonio precoce diviene una strategia per proteggere le bambine e le ragazzine dal rischio di molestie e/o stupro da parte dei militari. La Repubblica Centrafricana, ad esempio, ha uno dei tassi di incidenza del fenomeno più alti che si registrano nell’Africa sub-sahariana.

Quali sono i fattori che espongono la popolazione della regione Sub-Sahariana alla schiavitù?

schiavitù2Nel Sud-Sahara la schiavitù è determinata dalla condizione di povertà diffusa, dai numerosi conflitti in essere, dalle crisi umanitarie ed ambientali e dalle conseguenti migrazioni. L’indice medio di vulnerabilità è calcolato intorno a 47.3/100. L’indice di vulnerabilità è un indicatore costruito con l’obiettivo di fornire una misura sintetica del livello di vulnerabilità sociale e materiale ed è in grado di esprimere con un unico valore i diversi aspetti di un fenomeno di natura multidimensionale, e che, per la sua facile lettura, agevola i confronti territoriali e temporali.

In Nigeria e in Camerun, a seguito dell’escalation di violenza dovuta al conflitto scatenato da Boko Haram, ha avuto luogo una migrazione che ha fatto esplodere una crisi umanitaria. A partire dal 2015 sono stati sfollati 2.5 Mln di persone e 20mila ne sono state uccise. Il conflitto è in ascesa anche in Ciad e Camerun, dove Boko Haram si serve, tra l’altro, di giovani imprenditori che arruola in cambio di prestiti in denaro.

Anche le migrazioni interne aumentano il rischio di traffico di esseri umani. In Burundi, le violenze scoppiate alla terza elezione del presidente Nkurunziza hanno prodotto 145mila profughi. Il conflitto in Somalia e nel Ruanda ha prodotto e continua a provocare gli stessi effetti.

Nella Repubblica Centrafricana, la guerra civile ha causato la migrazione interna di circa un quarto della popolazione del paese e 450 mila persone rimangono sfollate. In particolare, sono ad alto rischio i bambini sfollati poiché essi sono esposti al lavoro domestico forzato, o nel settore agricolo o allo sfruttamento sessuale.

I disordini nella Repubblica Democratica del Congo hanno prodotto circa 2.8 Mln di profughi, a rischio sfruttamento da parte dei gruppi armati nei lavori forzati o di reclutamento obbligatorio. I bambini senzatetto della Capitale di Kinshasa sono esposti ai rischi del lavoro servile, dell’accattonaggio e dello sfruttamento sessuale.

La crescita economica molto lenta e il fallimento delle politiche sull’occupazione hanno spinto gli abitanti degli stati occidentali e centrali dell’Africa Sub-sahariana a cercare lavoro in Europa e in Medio Oriente. I processi migratori interni e le emigrazioni, a causa della precarietà e delle difficoltà che li caratterizzano, rendono estremamente vulnerabili, esposti ai rischi di sfruttamento gli uomini e le donne che intraprendono questi “viaggi della speranza”. I percorsi migratori, infatti, incrociano le rotte del traffico di esseri umani e la tratta e il rapimento sono all’ordine del giorno lungo le strade per l’Arabia Saudita, o che attraversano lo Yemen, o la Somalia, o il Sud-Sudan, alimentati dai conflitti in corso. Molto esposti sono, ovviamente, i bambini, come dimostrano i rapporti di alcune ONG che descrivono rapimenti sistematici di bambini in fuga dal conflitto yemenita e il loro trasferimento forzato in Kenia per l’immissione nel mercato del sesso.

Poiché Egitto ed Israele hanno inasprito i controlli di sicurezza lungo i loro confini, i migranti diretti in Italia o nei paesi baltici attraversano la Libia, regione che sta vivendo ancora un’acuta instabilità, dopo la caduta di Gheddafi. Qui, i migranti sono costretti a lavorare per guadagnarsi il passaggio verso l’Italia e grazie all’accentuata xenofobia nei confronti delle popolazioni sub-sahariane, le organizzazioni criminali che gestiscono l’enorme volume d’affari legato allo sfruttamento del lavoro forzato possono agire praticamente indisturbate.

Com’è affrontato dai governi il fenomeno della schiavitù moderna

Le risposte date dai governi degli stati della regione in questione si connotano per una protezione inadeguata nei confronti delle vittime del fenomeno nelle sue numerose manifestazioni e per la mancanza di coordinamento tra i governi stessi e le ONG presenti sul territorio. Il punteggio medio assegnato da WFF è 28.2/100

Somalia, Ciad, Sudan. Repubblica Democratica del Congo hanno affrontato una fase di grave instabilità e violenza interna, con la perdita del controllo su alcuni territori interni, pertanto la loro capacità di monitorare ed arginare il fenomeno schiavitù risulta molto ridotta.

Nonostante in 33 dei 45 stati dell’area, sin dal 2010, siano in corso campagne di sensibilizzazione contro la schiavitù moderna, pochi hanno sviluppato strategie idonee ad individuare con certezza le vittime. L’unico paese che ha reso questa pratica regolare è stato il Burundi in cui, dal 2010 al 2014, sono state realizzate articolate campagne contro la tratta.

Se 28 paesi sono in grado di documentare la pratica della rilevazione del fenomeno, meno della metà degli stessi possono rilevare tutti i dati demografici e ancor meno sono quelli che hanno approntato un servizio di traduzione. Meccanismi di reporting completo sono presenti solo in Lesotho e Sud Africa.

Forme di assistenza per le vittime scampate alla schiavitù sono documentate in maniera generica in circa 40 paesi della regione; in 30 paesi i relativi governi hanno dato un contributo attivo ai servizi di assistenza alle vittime. Purtroppo, meno della metà di questi governi fornisce servizi a lungo termine per il reinserimento ed un notevole divario emerge, in tutta la regione, tra i servizi di assistenza forniti agli adulti e quelli dati agli uomini.

Anche dove si registrano servizi di assistenza alle vittime, molto precaria è in tutti i casi la qualità degli stessi. Nel Malawi, ad esempio, le condizioni di vita nell’unico “rifugio” governativo per bambini strappati allo sfruttamento sessuale erano a tal punto precarie che i piccoli sono stati ricondotti ai bordelli dai quali erano stati sottratti.

La mancanza di risorse finanziarie è l’ostacolo principale alla realizzazione anche dei Piani Nazionali d’Azione, presenti in 20 paesi.

prostitutedautoreSono 27 i governi che hanno organizzato unità di polizia specifiche per affrontare i reati correlati al fenomeno della schiavitù moderna, tuttavia nessuno di essi dispone di risorse finanziarie e di personale a sufficienza per organizzarle in modo efficacie. Solo il Ghana ha definito procedure operative standard per affrontare le diverse manifestazioni del problema; solo Gambia, Nigeria e Senegal sono in grado di garantire protezione alle vittime, mentre Gambia, Malawi, Namibia, Niger, Nigeria e Swaziland sono nella condizione di fornire protezione ai testimoni durante i processi. Infine, nonostante sia dimostrata l’enorme vulnerabilità dei bambini, solo 13 paesi prevedono misure speciali di tutela per i bambini implicati nei procedimenti penali.

Mentre 26 governi hanno criminalizzato il traffico di uomini, donne e bambini, 25 sono quelli che hanno criminalizzato il lavoro forzato. Molto pochi, invece, sono quelli che prevedono pene adeguate per altre forme di schiavitù. Solo 14 paesi prevedono l’incriminazione di sfruttatori e favoreggiatori della prostituzione minorile e dello sfruttamento sessuale dei bambini, 6 governi hanno criminalizzato il matrimonio forzato. Solo il Burkina Faso ha criminalizzato ogni forma di schiavitù, compreso l’uso dei bambini nei conflitti armati.

. Così, la magistratura del Benin sospende la pena ai trafficanti di bambini, rilasciandoli, mentre in Tanzania il reato di riduzione ai lavori forzati è punito con una pena pecuniaria ed una sanzione amministrativa.

Tutti gli stati della regione fanno parte di organismi regionale che agiscono contro la schiavitù o il traffico di esseri umani; i governi che hanno sottoscritto accordi bilaterali di cooperazione in materia di schiavitù moderna sono, invece, 19. L’efficacia di tali accordi, tuttavia, non è documentata.


Contro l’impiego dei bambini soldato

Il 12 febbraio, come ogni anno, si celebra la Giornata Internazionale contro l’impiego dei bambini soldato. Come ogni anno cerchiamo di diffondere questa informazione nella speranza che le cose possano migliorare. Purtroppo non sembra. Le guerre , quelle convenzionali  e quelle no, continuano, si alimentano anche dal diffondersi del terrorismo. La violenza non sembra diminuire, guardiamo alla Siria, al Medio Oriente, ad alcune zone dell’Africa. Ovunque i belligeranti cercano, fin che possono, ingaggiare, reclutare, addestrare, insegnare ad uccidere ai bambini. Secondo il segretariato generale delle NU, ci sono attualmente sette eserciti nazionali e 50 gruppi armati che reclutano e usano i bambini il che  , significa che esiste una persistente e grave violazione.

In passato abbiamo riportato anche noi i dati del fenomeno che evidenziava la presenza di 250 mila bambini soldato. Ora è vero che dal 1988 ad oggi sono stati smobilitati e reintegrati oltre 100.000 bambini ma parlare come si fa ancora oggi di circa 230.000 mila bambini soldato stimati, non è reale. Serve caso mai a prestare attenzione su questo grave problema che potrà realmente risolversi solo con la risoluzione dei conflitti e con la pressione dell’opinione pubblica e delle grandi agenzie internazionali di cooperazione e protezione dell’infanzia.

Ancora oggi si parla di 250.000 bambini soldato, ma da dove vengono questi numeri? Se andiamo a spulciare sul web , UNICEF USA dice che ci sono 300.000 bambini che vengono impiegati come soldati in tutto il mondo. Ma questi dati sono vecchi e l’Unicef stesso dice di non utilizzarli. In realtà le cifre non ci sono , si possono fare delle stime e, come ammettono all’UNICEF  c’è un’ampia variazione nelle stime del numero di bambini soldato coinvolti. La cifra globale e quella di ogni singolo paese non è solo sconosciuta ma inconoscibile.

La ricerca più accurata da cui  tutte le stime successive è stata fatta ancora nel 1998 . Ricerca condotta da Rachel Brett e Margaret McCallin. Le stime che facevano allora,  provenivano da soli due paesi – 108.000 bambini in Afghanistan e 50.000 in Birmania. In Afghanistan si stimava che  il 45% dei combattenti nelle varie fazioni erano bambini (unminerali 3 sondaggio allora indicava una cifra sotto il 30 per cento). In Birmania la cifra si basava sempre su un sondaggio  che indicava tra il 10 e il 66 per cento i bambini combattenti. Dopo l’Afghanistan e la Birmania, i numeri diminuiscono abbastanza rapidamente – 16.000 in Sudan, tra 10.000 e 15.000 in Congo, e 12.800 in Liberia.

Tutte queste stime rendono la cifra di 300.000 bambini soldato piuttosto traballante. Non dimentichiamo che i “bambini” sono quelle persone sotto i 18 anni di età. Infatti possiamo a questo punto considerare tali anche i 6.700 (14% ragazze) arruolati nell’esercito degli Stati Uniti e 5.528 (11% ragazze) nell’esercito inglese.

Nel 2003 i ricercatori hanno iniziato  a mettere in discussione le cifre di Brett. Il rapporto 2007 dell’Unicef ha osservato che la Coalizione per fermare l’uso dei bambini soldato non forniva stime. International Child Soldier per esempio indica che in Afghanistan, “paese prioritario” , pur non fornendo stime ci dice che i bambini soldati smobilitati tra il 2003 e il 2006 dopo la caduta dei talebani, sono stati 7.500. Lo stesso Nick Scarborough responsabile dell’associazione dice che “ è quasi impossibile fornire dati autorevoli per il numero di bambini soldato in tutto il mondo oggi – tutti i numeri che citiamo sono stime, e anche le stime non sono disponibili per tutte le situazioni di conflitto”

Questo però non significa che la situazione non sia grave. I conflitti ci sono e sappiamo che anche l’Isis sta facendo un uso vergognoso dei bambini e bambini obbligati ad uccidere, a combattere ad odiare.

Salviamo i bambini contro le violenze e l’arruolamento forzato nelle milizie e negli eserciti che uccidono e violentano. 

Per capire di più potrebbe essere interessante guardare questo film

Beats of no Nation

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20 novembre 2015 INDIGNAMOCI !

INDIGNAMOCI di fronte alla drammatica situazione in cui si trovano milioni di bambini nel mondo. Il 20 novembre, come ogni anno si celebra la Giornata Internazionale per i Diritti  dell’infanzia e dell’adolescenza. Mai come quest’anno i bambini  sono stati costretti a lasciare le proprie case, i propri villaggi alla ricerca di luoghi più sicuri dove trovare un minimo di protezione e di conforto.

Le guerre, anche quelle a bassa intensità,  sono ancora una volta responsabili di queste ondate di migrazione che guardano all’Europa, soprattutto, un possibile luogo di rifugio e di pace. Su questo dovremo interrogarci tutti perché l’opulenta Europa, anche alla luce dei recenti attentati terroristici di Parigi, non appare un luogo ospitale. Troppi egoismi, troppe le paure alimentate da politici e da movimenti xenofobi che vedono nello straniero un nemico e non una persona da accogliere, sostenere favorendone un percorso di integrazione.

Dal 2014 ad oggi è stato calcolato che circa 30 milioni di bambini sono stati costretti ad abbandonare le proprie case. Durante l’anno in corso ben 700 bambini hanno perso la vita  attraversando il 190157308-248d6b32-1c82-4548-9073-c4966b7c3a42Mediterraneo. Come non ricordare l’immagine del piccolo Aylan morto prima di toccare la terra di Turchia.

Di più, come abbiamo avuto modo di segnalare attraverso il Forum Nazionale per il Sostegno a Distanza (FoumSad), i bambini profughi e migranti entrati dall’inizio dell’anno sono stati fin qui 240.000  e sono circa 15 mila quelli non accompagnati sbarcati in Italia . Di questi per almeno 4.000 si sono perse le tracce con tutte le conseguenze del caso.

Anche noi aderiamo alla campagna promossa dall’UNICEF “Bambini in Pericolo” e cercheremo di renderla attiva sensibilizzando quante più persone possibile.


Contro l’uso dei bambini soldato

La grave piaga dei bambini soldato non accenna a diminuire nonostante le azioni e le iniziative intraprese a livello globale.  Al contrario con la guerra in Siria e con il califfato dell’Is, i bambini sono utilizzati anche come  kamikaze. Attualmente  l’uso dei bambini soldato coinvolge 23 stati, molti dei quali concentrati nel continente africano (Congo, Ciad, Somalia, Sud Sudan per citarne alcuni); presenti anche  in Sudamerica (Colombia) e in Asia (Filippine, Myanmar).

Tale fenomeno che sembrava in via di esaurimento ha invece download (9)conosciuto una recrudescenza anche perché le guerre hanno cambiato volto: non più guerre tra stati ma sempre più spesso conflitti interni legati alle varie fazioni: religiose, tribali, gruppi politici in lotta per il potere. Le conseguenze nell’infanzia di questa situazione, quando sopravvive sono devastanti sia dal punto di vista fisico che psicologico ed ovviamente sociale.

L’attenzione in Italia si è riaccesa con l’avvio della Coalizione Italiana “Stop all’uso dei bambini” soldato di cui Time For Africa ne fa parte.


La tratta dei bambini

Passati pochi giorni dalla celebrazione  della Giornata Internazionale per i Diritti dell’Infanzia e Adolescenza ecco che  da Vienna escono i dati dell’ultimo rapporto sulla Tratta degli esseri umani, in cui i minori rappresentano  un terzo delle vittime di questa odiosa e vergognosa pratica che ci riporta indietro nel tempo dei peggiori anni della schiavitù.

La tratta delle persone riguarda praticamente tutti i paesi del mondo. Tra il 2010 e il 2012  le vittime sono state  censite in 124 paesi provenienti da 152 nazionalità. Il flusso della tratta è essenzialmente interregionale, i paesi di origine e i paesi di destinazione si trovano all’interno della stessa regione . La tratta avviene generalmente dai paesi poveri ai paesi ricchi della stessa regione. I flussi transnazionali vengono rilevati soprattutto nei ricchi paesi del Medio Oriente, dell’Europa occidentale e dell’America del Nord.

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Sebbene lo sfruttamento sessuale sia il destino della maggioranza delle vittime della tratta,  nel corso di questi ultimi anni è cresciuta la tratta del lavoro forzato: produzione manifatturiera,  pulizie, edilizia. Circa il 40% delle vittime tra il 2010 e il 2012 è stata oggetto di lavoro forzato. In aumento anche la tratta dei minori per farne dei bambini soldato, accattonaggio, microcriminalità.

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Ci sono delle differenze regionali per quanto riguarda le forme di sfruttamento. Mentre in Europa e  Asia centrale prevale lo sfruttamento sessuale, in Asia Orientale e Pacifico è il lavoro forzato la forma principale di tratta.

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A livello globale i bambini oggi sono diventati 1/3 delle vittime della tratta. Su tre vittime due sono bambini e 1 adolescente. Questo è il traffico peggiore, quello che preoccupa di più. In Africa e in Medio Oriente i bambini rappresentano la maggior parte delle vittime rilevate.

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Per saperne di più:

UNDOC (United Nations Office on Drugs and Crime)

Save The Children (piccoli schiavi invisibili)

Schiavi e nostro stile di vita: calcola quanti schiavi hai sfruttato personalmente


Bambini, non soldati

La Campagna  #Children not Soldiers  è una campagna promossa dalle Nazioni Unite che mira, entro il 2016, a prevenire e porre fine al reclutamento e impiego dei bambini nei conflitti armati.  La campagna coordinata da Leila Zerrougui, il Rappresentante Speciale del Segretario Generale per i bambini nei conflitti armati, e l’UNICEF, vuole galvanizzare e coinvolgere governi e società civile per fermare l’uso dei bambini soldato nei conflitti armati da parte degli adulti impegnati sui vari fronti di guerra : Afghanistan , Ciad , Repubblica Democratica del Congo , Myanmar , Sudan , Sud Sudan, la Somalia e lo Yemen .

Il giorno 8 settembre, a sei mesi dall’inizio della campagna “Bambini, non soldati” Leila Zerrougui, nel presentare  al Consiglio di Sicurezza il suo ultimo rapporto sulla situazione dei bambini nei conflitti armati ha dichiarato: “Sono inorridita  dal totale disprezzo per la vita umana dimostrato dai gruppi estremisti armati, come lo Stato Islamico e Boko Haram” Proseguendo “La moltiplicazione delle crisi che colpiscono i bambini dall’inizio del 2014 sta creando delle sfide senza precedenti che mettono in secondo piano i progressi fatti finora per proteggerli dagli effetti della guerra”

Secondo il monitoraggio delle Nazioni Unite  fino a 700 bambini sono stati uccisi o mutilati in Iraq dall’inizio dell’anno, anche in esecuzioni sommarie. Nel frattempo, Boko Haram ha attaccato scuole causando la morte di almeno 100 studenti e 70 insegnanti nel 2013. Oltre 200 ragazze rapite da Boko Haram nel mese di aprile sono ancora disperse, mentre il gruppo armato continua ad attaccare e rapire altri bambini.

“A Gaza, oltre 500 bambini sono stati uccisi e più di 1.300 feriti” ha detto Zerrougui chiedendo un’indagine approfondita sull’impatto che la guerra di quest’anno ha avuto sui bambini. Migliaia di famiglie sfollate vivono ancora nelle scuole e per i bambini di Gaza l’accesso all’istruzione rimarrà limitato. Almeno 244 scuole sono state danneggiate o distrutte dalle Forze armate israeliane durante i recenti combattimenti. L’instabilità e le crescenti tensioni in Libia, Afghanistan, Repubblica Centrafricana, Mali e Sud Sudan continuano a minacciare i bambini.

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“Una pace duratura non potrà mai essere raggiunta senza dare ai bambini i mezzi, le competenze e l’istruzione per ricostruire società e istituzioni lacerate da conflitti armati” ha detto Zerrougui, sottolineando che occorre fare di più per includere negli accordi di pace disposizioni speciali per i bambini colpiti dai conflitti. (R.P.)

 


Infanzia rubata

Le violenze e le aree di guerra in Europa, Medio Oriente, Africa si ripercuotono in modo drammatico per tutte le popolazioni civili e inermi ma, soprattutto sono i bambini, è l’infanzia negata e rubata dalla violenza degli adulti che usano l’innocenza dei bambini per plasmarli  a uso e consumo di questi adulti che non hanno rispetto per la vita e dignità umana.

Riportiamo il contributo di Milena Privitera apparso qualche giorno fa nel blogtaormina.

L’usanza di utilizzare bambini da mandare in guerra si è sempre più radicalizzata nel mondo attuale. Bambini soldato vengono coinvolti in combattimenti in Algeria, Azerbaijan, Egitto, Iran, Iraq, Libano, Tagikistan, Yemen, Afghanistan. Nella Repubblica Democratica del Congo cresce il numero di bambini reclutati dai gruppi armati nell’incessante guerra civile che affligge la parte orientale del paese. I bambini arruolati sono violentati sessualmente, mutilati o uccisi. Si tratta di bambini portati via con la forza da scuole e ospedali. In Medio Oriente i bambini sono diventati parte integrante del conflitto, prestando servizio all’interno di gruppi islamici radicali e ricevendo un vero e proprio lavaggio del cervello, diventando cavie per il martirio degli estremisti islamici. Amnesty International ha lanciato in questi giorni l’allarme sulla detenzione di minorenni nelle stesse carceri degli adulti. Si tratta di bambini accusati di appartenere a milizie armate in Mali e di aver partecipato ai disordini nel Paese. Gli jihadisti dell’Isis utilizzano i bambini nei conflitti e ne plagiano le menti per convertirli al Califfato islamico. Agghiacciante il caso del bambino australiano fotografato con una testa mozzata in mano passatagli dal padre jihadista.

Il continente africano è l’area geografica dove ha preso il via il fenomeno, in particolare, in Sierra Leone. In Angola è stato stimano dalle Nazioni Unite che il 36% dei bambini è stato arruolato e ha partecipato a combattimenti; in Liberia sono stati ventimila i bambini coinvolti nei combattimenti (il 70% dei soldati). La LRA (Esercito di resistenza del signore – di matrice cristiana che opera in Uganda, Sudan e Repubblica del Congo attivo dal 1987) ha il primato del 100%. In Sud America i bambini sono stati utilizzati in Colombia, Guatemala, Messico, Perù, Paraguay, Nicaragua. L’Asia poi ha il triste primato del numero più alto al mondo di bambini soldati con 75 mila nel Myanmar. L’età media dei soldati bambini si aggira intorno ai 10-12 anni. L’inquietante disumanizzazione degli innocenti colpisce anche un altro orribile versante, quello del sesso. Un milione di bambini l’anno entrano nel mercato del sesso. Il Kenya è tra i paesi più a rischio: da 10.000 a 15.000 bambine che vivono nelle aree costiere di Malindi, Mombasa, Kalifi e Diani sono coinvolte e sono ragazzine fra i 12 e i 18 anni. Nell’Estremo Oriente e nel Sud Est Asiatico l’età scende: le più coinvolte sono le bambine tra gli otto e i sedici anni, ma in molte regioni l’età delle baby prostitute scende fino a 4 anni.

La Thailandia, in particolare, è divenuta negli ultimi dieci anni la meta più ambita del turismo sessuale pedofilo. I bambini provengono spesso dall’entroterra, da villaggi sperduti nella foresta tropicale. Quasi sempre le famiglie vendono i bambini che non riescono a sfamare, in cambio di qualche migliaio di dollari e con la speranza di avviarli verso un futuro migliore. Il bambino venduto finisce subito in un bordello di Bangkok o di qualche altra città, dove diventa un oggetto nelle mani del suo padrone. Il Marocco è il nuovo paradiso per i pedofili europei poichè è facilmente raggiungibile, c’è molta povertà, la disparità è alta e il governo non sta facendo niente per salvaguardare i bambini, anzi chiude facilmente un occhio sul turismo sessuale che coinvolge i bambini. Le condizioni socioculturali contribuiscono ad alimentare il dramma della mercificazione dei minori. Povertà e confusione sociale, mancanza di mezzi di sostentamento, legami familiari deboli, sono alcune delle motivazioni che inducono tanti bambini ad andare incontro agli orrori della guerra e dello sfruttamento sessuale. Tutti hanno in comune la loro infanzia rubata: non ricevono alcuna forma di istruzione, vivono una quotidianità di violenze, duro lavoro, scarsità di cibo, acqua, cure mediche, degrado fisico, tremenda pressione psicologica e di qualsivoglia manifestazione di affetto.